Il successo dell’aroma dei tartufi è nei loro geni

Nell’articolo pubblicato online questa settimana in Nature Ecology & Evolution (Murat et al., 2018), un team internazionale guidato da Francis Martin tra cui anche due ricercatori dell’IPSP di Torino, Raffaella Balestrini ed Antonietta Mello, ha sequenziato i genomi del tartufo bianco piemontese (Tuber magnatum Pico) e del tartufo nero della Borgogna (Tuber aestivum), oltre che quelli di funghi eduli meno conosciuti quali i tartufi del deserto (Terfezia boudieri), del tartufo consumato dai maiali (Pig truffle, Choiromyces venosus), ed il genoma della morchella (Morchella importuna). Confrontando questi genomi con quelli del tartufo nero pregiato già sequenziato (Tuber melanosporum, Martin et al. 2010, Nature), gli autori scoprono che ci sono inaspettate somiglianze genetiche tra le specie di tartufo bianco e nero – nonostante il loro diverso percorso evolutivo a partire dalla loro separazione ~ 100 milioni di anni fa. E’ stato inoltre rivelato che i tartufi hanno una serie limitata di geni che consentono invece ad altri funghi di degradare le pareti cellulari delle piante su cui vivono. Nei tartufi inoltre viene finemente regolata l’espressione dell’ampio repertorio di geni coinvolti nella produzione dei composti organici volatili, che partecipano alla formazione del loro aroma pungente che attrae gli animali (maiali e cani da tartufo) per disperdere le spore del tartufo.